L’estate 2025 non ha portato solo afa e temperature record, ma ha lasciato il segno anche nelle stalle italiane. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera in un articolo pubblicato nel mese di luglio, la produzione di latte è calata di circa il 10% rispetto alla media stagionale, mentre i prezzi al consumo sono saliti: +13% per il latte fresco, +30% per il Parmigiano Reggiano.
Una situazione che tocca da vicino tutta la filiera lattiero-casearia, e che accende i riflettori su un tema ormai sempre più urgente: l’impatto del cambiamento climatico sull’alimentazione quotidiana. Ma come si affrontano queste sfide? E quali sono le conseguenze per chi il latte lo produce, lo trasforma e lo porta sugli scaffali?
Per capirlo, abbiamo approfondito l’argomento con Gianpiero Calzolari, Presidente di Granarolo, una delle aziende più radicate sul territorio italiano, con 475 allevatori distribuiti in 11 regioni, 15 stabilimenti produttivi e oltre 9 milioni di quintali di latte lavorato ogni anno. Un osservatorio privilegiato per raccontare cosa sta succedendo, e cosa ci aspetta nei prossimi mesi.
Latte e cambiamenti climatici: cosa succede nelle stalle in Italia

Le stagioni primaverili ed estive si fanno sempre più imprevedibili: siccità prolungata e precipitazioni violente spesso si alternano, provocando danni a raccolti e foraggi.Nel 2023, ad esempio, c’è stata una drastica riduzione della produzione di fieno in Emilia-Romagna, mentre nel 2024, il mais coltivato in Pianura Padana è risultato scarso e di bassa qualità, costringendo molti allevatori a integrare la razione alimentare del bestiame acquistando da terzi. Al Sud, in diversi casi, è diventato difficile raccogliere ciò che era stato seminato.
Come se non bastasse, il caldo torrido della scorsa primavera ha inoltre messo sotto forte stress gli animali, con ricadute sulla produzione di latte. Agricoltori e allevatori, in questo contesto, si confermano custodi attivi del territorio, seppur in una condizione complessa, esposti alle conseguenze della crisi climatica e chiamati ad accompagnare la transizione sostenibile delle produzioni. Ne abbiamo parlato con Gianpiero Calzolari, Presidente di Granarolo.
Qual è l’impatto effettivo del caldo sulla produzione di latte negli allevamenti che conferiscono a Granarolo?
G.C.: “Il caldo e le sue conseguenze sono fattori determinanti nella produzione di latte e da anni assistiamo a un significativo aumento delle temperature, e questo vale sia per le massime sia per la durata dei periodi caldi. Agricoltori e allevatori sono i primi a subire le conseguenze del cambiamento climatico. Le temperature del periodo primaverile ed estivo si alzano di anno in anno, assistiamo a fenomeni nuovi come siccità prolungata seguita da precipitazioni prolungate che spesso si trasformano in alluvioni e questo comporta automaticamente problemi nelle produzioni agricole. In più, il grande caldo della primavera scorsa ha stressato gli animali con conseguente calo della produzione di latte di circa il 10%, solo in parte recuperato da un finale dell’estate più fresco. Occorre garantire agli operatori un sostegno che consenta da una parte la tutela del territorio, anche in caso di importanti fenomeni climatici, dall’altra di attuare quelle misure che possono portare a una giusta transizione sostenibile delle produzioni.
Gli agricoltori e gli allevatori non sono mai il problema, non dimentichiamo che il loro lavoro consente di sfamare un mondo che vede una popolazione continuamente in crescita. Sono e saranno la soluzione, ma non possono essere lasciati soli, né tantomeno possono essere “contrastati” da normative a volte difficilmente sostenibili”.

Quali misure state mettendo in atto per tutelare il benessere animale durante le ondate di calore?
G.C. “Il benessere animale è perseguito in ogni momento dell’anno e viene misurato su indicatori e parametri precisi. Ottemperiamo in maniera scrupolosa a quanto indicato da Classyfarm, un sistema informatico del Ministero della Salute per il monitoraggio del benessere animale degli allevamenti. Siamo stati fra i primi ad adottarlo. I dati provengono da diverse banche dati e contemplano aspetti sanitari, legati all’alimentazione, agli spazi, ai farmaci utilizzati.
In aggiunta abbiamo chiesto ai nostri allevatori ulteriori parametri di controllo legati alla certificazione Bonlatte. Si tratta di una check list realizzata in collaborazione con l’Università di Milano e il CRPA di Reggio Emilia. Vengono valutati vari aspetti della gestione dell’allevamento come formazione del personale e gestione aziendale, strutture e attrezzature zootecniche per garantire comfort degli animali, stato di nutrizione degli animali, loro pulizia, sia in inverno sia in estate, quando il caldo prova maggiormente gli animali. Nel corso dell’ultima analisi il CSQA ha rilasciato una certificazione di benessere animale alle stalle della nostra filiera che testimonia l’alto livello raggiunto da esse e aggiunge indicazioni puntuali per attuare un miglioramento continuo del benessere in stalla. Il fine ultimo di ogni certificazione è infatti il miglioramento continuo. Le ondate di calore vengono gestite dai nostri allevatori attraverso innovativi sistemi di idratazione degli animali, doccette, sistemi di ventilazione in stalla. Ricordiamoci peraltro che in queste situazioni, soprattutto in Pianura Padana, dove il caldo è più importante, gli animali cercano riparo dal sole e sono più stanziali”.
Gli aumenti dei costi energetici e di produzione quanto incidono sui prezzi al consumo?
G.C. “I costi energetici hanno subito picchi significativi negli ultimi due anni e insieme al prezzo della materia prima hanno pesato in maniera importante sul valore di produzione del latte. I costi energetici dipendono da tanti fattori legati soprattutto agli equilibri geopolitici, molto instabili in questo periodo storico, come sappiamo. Ecco perché il costo del latte alla stalla nell’ultimo anno è il più alto di sempre, vuoi per fattori climatici vuoi per fattori internazionali legati per esempio all’arrivo di soia da paesi come l’Ucraina (non è infatti sufficiente la produzione nazionale a soddisfare il fabbisogno). Ricordiamo, peraltro, che soprattutto in termini energetici siamo un paese dipendente da altri, ma che anche in termini di produzione di latte non siamo totalmente indipendenti.
Ora, il problema vero è chi si fa carico di tutti questi aumenti. Se non può essere l’allevatore che ha tante sfide davanti e non può essere il consumatore che sappiamo in difficoltà, e lo stesso vale per la distribuzione, chi può essere? Che rimanga tutto in capo all’azienda di trasformazione con tutto quello che questo onere comporta? Occorre che in sede politica si prenda contezza della situazione e si intervenga con misure di sostegno ai consumi e dunque ad una filiera che va dal campo alla tavola. La volatilità dei prezzi delle materie prime e dei prodotti trasformati fa male a tutti, favorendo approcci speculativi verso l’alto e/o verso il basso”.

A proposito della volatilità dei prezzi. Come vengono gestiti gli aumenti di prezzo lungo la filiera, dalla stalla allo scaffale?
G.C. “Il prezzo del latte crudo è un valore di mercato condizionato da molti fattori, primo fra tutti il costo del Parmigiano Reggiano e del Grano Padano che in Italia assorbono il 40% del latte sul mercato. La filiera rappresenta il nostro elemento di distintività e va sostenuta nei momenti di maggiore difficoltà (è capitato per esempio nel 2022) se si vuole attuare quella transizione ecologica che si predica. Ricordiamoci che il grosso dell’impatto ambientale di un litro di latte è alla stalla ed è lì che occorre intervenire. Lo stiamo facendo, lo si può fare, ma occorrono anche investimenti rilevanti.
In parallelo, interventi come l’introduzione di impianti di biometano consortile rappresentano un sostegno al reddito degli allevatori. Ad ogni modo, il prezzo di trasformazione dipende da quello del latte crudo e da quello energetico, come accennavamo. Pertanto, il prezzo finale varia nel corso dell’anno, condizionato da quanto sopra e dalle promozioni. Il consumatore si accorge di tutto quello che sta dietro un litro di latte, nel bene o nel male? Difficilmente. Le politiche promozionali sono utili a sostenere l’insegna o il singolo prodotto, ma alimentano molta confusione”.
Granarolo ha adottato strategie per contenere gli aumenti, o è inevitabile il rincaro per il consumatore?
G.C. “Siamo sinceri. Una parte inevitabilmente si scarica sul prezzo finale”.
Come rispondete alla preoccupazione dei consumatori che vedono aumentare i prezzi dei prodotti base come il latte?
G.C. “Cercando di spiegare loro cosa c’è dietro a un litro di latte. Ricordiamoci che il prezzo è paragonabile a quello di mezzo litro di acqua o una tazzina di caffè al bar, ma con un litro di latte si può nutrire una famiglia”.

Ci può spiegare perché, per esempio, il Parmigiano reggiano rincara del 30%? È solo una questione di materia prima o c’è dell’altro?
G.C. “La questione, nel caso delle due grandi Dop Grana Padano e Parmigiano Reggiano è più complessa; in primo luogo, il disciplinare non consente di utilizzare latte se non quello di un territorio precisamente circoscritto e i piani produttivi pianificano produzioni contingentate e adeguate al mercato sostenendo la domanda. Le borse Merci di Milano e Verona validano settimanalmente un prezzo di scambio che vale per tutti gli operatori, produttori, stagionatori e commercianti. La capacità promozionale dei due consorzi di tutela ha consentito di acquisire una eccezionale penetrazione nei mercati internazionali, non solo europei, su cui si scaricano volumi importanti di prodotto”.
Il cambiamento climatico sembra sempre più influenzare l’agroalimentare. Come si sta preparando Granarolo a questa “nuova normalità”?
G.C. “Identificando azioni, sia alla stalla sia in stabilimento, in grado di consentirci una transizione sostenibile. Evidentemente l’onere e le incognite maggiori sono alla stalla. Un’alluvione può mandare definitivamente a gambe all’aria un’azienda agro-zootecnica, anche se dopo poche settimane le immagini di queste catastrofi escono dai nostri schermi televisivi e l’opinione pubblica tende a rimuoverle. Si stanno studiando interventi strutturali e assicurativi in grado di mitigare il rischio ma non è per niente facile. Sul fronte della trasformazione stiamo agendo attuando un piano strategico che prevede diversi fronti: digitalizzazione, sensoristica, packaging alternativo alla plastica, riduzione degli sprechi, allungamento della shelf life”.
State investendo in tecnologie o soluzioni per rendere la produzione più resiliente?
G.C. “Certamente, anche se i fattori di perma-crisi sono tanti: clima, guerre, dazi, riduzione dei sostegni provenienti dall’Unione Europea (PAC). Sono tutti fattori congiunturali che mettono le aziende in difficoltà e di fronte a molte incognite. Rispondiamo con tecnologia, ma anche formazione strutturata e sistematica su allevatori e dipendenti, condivisione di momenti di confronto fra noi e con le istituzioni, anche europee. Siamo reduci, per esempio, proprio in questi giorni da una missione in Commissione Europea guidata dalla Presidente della nostra cooperativa e dai nostri soci consiglieri”.

Come si può conciliare sostenibilità ambientale, benessere animale e sostenibilità economica?
G.C. “Lavorando insieme e per passi sistematici e raggiungibili. Per noi il concetto di filiera non è la narrazione di cui tanti si compiacciono come leva di marketing, ma è l’essenza di un gruppo che vede tutti gli attori protagonisti e decisori, gli allevatori, la cooperativa, la SpA ed il management.
Non è facile ma nessuno è lasciato da solo e così la montagna da scalare diventa più accessibile. La sostenibilità è miglioramento continuo e al variare delle tecnologie sul mercato variano i tempi per raggiungere gli obiettivi. Fino a 10 anni fa, era impensabile misurare in modo costante l’ammoniaca in stalla, oggi lo si fa e questo vale per molti altri parametri”.
State lavorando su nuove linee o prodotti che possano aiutare le famiglie a risparmiare senza rinunciare alla qualità?
G.C. “Lo facciamo da sempre. Non siamo un’azienda del lusso ma un’azienda controllata da una cooperativa di allevatori che ha come missione il produrre un latte sicuro, nutriente, buono in termini di gusto e per l’ambiente, economicamente accessibile, coscienti che trattiamo un bene primario per l’alimentazione”.
Il cambiamento climatico, dunque, impone alla filiera lattiero-casearia una riflessione profonda e un’azione concreta. Ma, come emerge dalle parole di Calzolari, le aziende più strutturate stanno già cercando risposte nella tecnologia, nel dialogo e nella coesione tra chi il latte lo fa arrivare, ogni giorno, sulle nostre tavole.
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